Riti scaramantici pre-gara

I pantaloncini di mio padre

Da tanto tempo non faccio una gara podistica, ne ho fatte tante, più o meno importanti, e quello che mi rimane dentro, più di tutto il resto, sono le sensazioni che la precedono. Nonostante da tempo non indossi il pettorale, le emozioni che la corsa ti lascia rimangono vivide nella memoria. 

A qualsiasi livello tu corra, non importa, quando arriva il mattino della gara, sarà come essere a scuola nel giorno della verifica; non saprai mai quanto sei preparato fino a quando non ti misurerai con la prova. 

Sono figlia di un podista medio, quelli che passavano dalle dieci alle dodici ore al giorno lavorando e non vedevano l’ora di infilarsi le scarpe da running per lasciar correre gambe e pensieri. Da piccola non capivo, ma per amore di mio padre, mi lasciavo travolgere dalle emozioni che lui trasmetteva quando c’era da affrontare una gara.

L’ho visto allenarsi in tutte le situazioni, e, continuavo a non capire perché mentre fuori pioveva lui corresse su e giù dalle scale del condominio (all’epoca vivevamo a un quinto piano senza ascensore) per non rinunciare a quel prezioso allenamento. Non capivo, ma ne ero affascinata, ci vedevo un qualcosa di eroico. 
Da piccola ho respirato pane e pettorali, quelli con il chip attaccato dietro. Non ho mai fatto sport in modo serio, ma è come se lo spirito agonistico mi fosse entrato dentro per osmosi. 

All’epoca i carbo loading pre-gara erano semplici e quasi tutti uguali: colazione con un bel piatto di pasta con olio e grana. Forse qualche nutrizionista ora rabbrividirebbe, ma credo che ci sia ancora qualcuno della vecchia guardia. E poi le lunghe telefonate con gli amici, compagni di squadra e non, per definire i dettagli sul ritrovo, raccontarsi le sensazioni sullo stato fisico, organizzare i post gara nel ristorante tal dei tali insieme alle famiglie che per le occasioni diventavano i fan numero uno.  

Già allora, la cosa che mi affascinava di più erano i rituali pre-gara.

Quella mattina mio padre era elettrico. Si infilava la sua divisa e con la sacca della gara in spalla, preparata con cura la sera prima, imboccava l’uscita. Lo sguardo era serio, ma non crucciato, semplicemente focalizzato. Non gli ho mai chiesto cosa pensasse, quasi a non voler disturbare un momento che trasudava sacralità.

Nelle piazze della città di turno dove si disputava la gara vedevo correre uomini e donne con quei pantaloncini butterfly e io ero affascinata da quei fisici asciutti e nerboruti che compivano i classici gesti di riscaldamento. Ognuno i suoi, e poi scatti, allunghi, skip, calciate dietro, corse laterali, slanci con le gambe, circonduzioni del bacino e le spalle che ruotano quasi a voler spiccare il volo. L’odore di canfora forte nelle narici e i primi odori di sudata emozione. 

Anni dopo in quelle griglie di partenza ci sarò anche io.

Quando inizi a correre e a fare gare non sai molto, non ti conosci e vivi quei momenti con estrema tensione. Guardi gli altri, cerchi di capire quali rituali compiono, quali puoi fare tuoi e quali sono del tutto bizzarri.

Fateci caso, osservate i podisti prima di una gara.

Ci saranno grupponi sorridenti che ridono e scherzano, individui singoli con le mandibole serrate, quelli che si capisce subito vorranno fare il personale, chi mangia barrette, gel e altro, le amiche che si mettono in coda per il bagno con i fazzoletti in mano sperando di fare in tempo prima dello start. Il rumore dei sacchetti di plastica indossati a mo’ di cappotto che si rigonfiano con il vento a ogni passo. Sei in griglia e senti quel tepore maleodorante ma inconfondibile, quel brivido che ti sale dalle gambe che si muovono trepidanti. Come le senti oggi? E lo stomaco? Speriamo sia tutto a posto. 

I pensieri in quei momenti a cosa vanno? Quali sono i gesti scaramantici che ti accompagnano?

Qualche giorno fa leggevo degli articoli che fornivano consigli per i rituali pre gara. Personalmente ho trovato assurdo che dessero consigli anche per dei momenti così personali, ma ormai per essere premiati dai motori di ricerca si farebbe di tutto. Così va il mondo, si sa, e tutti lo facciamo, ma ci sono cose che rimarranno solo dentro di noi, quei preziosi gesti ricorrenti che ogni volta compiamo, l’ordine in cui li mettiamo in fila, un pensiero forte che ci carica, uno alla nostra o alle nostre persone speciali, una dedica a noi stessi, la nostra maglietta fortunata. 

Io ho i pantaloncini di mio padre. 

Pantaloncini neri modello ciclista della Fila vinti in occasione di una gara di montagna epica che non fanno più e che personalmente non ho mai affrontato, la Blumon Marathon. Non so dirvi quanto, le prime volte, mi sentissi pro nell’indossare quei pantaloncini che sventolavano una conquista non mia, ma con un valore affettivo grande. Gli occhi dei runner più esperti e vissuti che leggendo la scritta mi guardavano con una sorta di rispetto e io che me la ridevo. Li uso solo per le gare, li tengo da conto e il giorno prima vengono preparati sul letto insieme al resto.

Non sono troppo scaramantica, ma per quei pantaloncini ho una sorta di venerazione, senza di loro non posso gareggiare, o meglio posso, ma non sarebbe lo stesso. Per me quel capo porta avanti un’epoca.

Si, perché mio papà non riesce più a correre, ma i suoi pantaloncini ancora oggi girano il mondo. 

Tags:

Risposte a “Riti scaramantici pre-gara”

  1. Quando ho capito l’importanza del movimento

    […] Nel 2018, grazie a una persona a me vicina, sono entrata in questo mondo, anche se un po’ ci sono sempre stata, sin da quando ero piccola, vivendo di riflesso le esperienze di mio padre.  […]

    "Mi piace"

  2. Giappone flow 

    […] corso a Tokyo al parco Ueno dove ci ho portato i pantaloncini di mio padre e ho potuto ammirare la magia del Tai Chi praticato da persone non proprio più di primo pelo. Mi […]

    "Mi piace"

Scrivi una risposta a Quando ho capito l’importanza del movimento Cancella risposta