
Numechi.studio, Cosimo Maffione. Progetto IceLab – Secondo tempo 2025.
Una domenica di gennaio è effettivamente perfetta per visitare una mostra nel sorprendente spazio di gres art a Bergamo. Sorprendente perché, non capita spesso di vedere ambienti così ben pensati in ogni dettaglio, concepiti per accogliere arte, ma anche tempo libero e studio, tutto questo recuperando un’ex area industriale di oltre 3.000 mq per conservare e trasmettere la memoria della storia del luogo.
In questa, già di per sé, suggestiva ambientazione, si tiene ormai dal 12.11.2025 e fino al 08.02.2026 la mostra “FUORIPISTA. arte, sport e inverno” dedicata agli sport invernali, in attesa dei Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026. Citerò dopo i meriti di chi ha reso possibile questo progetto, perché prima mi preme portare a galla tutte le riflessioni che questa esposizione ha fatto nascere dentro di me e i motivi per i quali consiglio di visitarla.
Di questi tempi riflettere, pare sia più difficile che un tempo, così come creare dei parallelismi utilizzando solo la nostra cara intelligenza naturale. Ecco, questa è un’occasione dove di nessi ne nascono parecchi e grazie a questi, la nostra mente può viaggiare senza fermarsi, perché il bello dell’arte è proprio questo illimitato, e mai sbagliato, viaggio interiore.
La mostra è suddivisa in cinque capitoli che si sviluppano durante il percorso. Il tema è appunto, sport invernali e la loro connessione con l’arte. La cosa interessante è osservare come questi si siano sviluppati negli anni e l’impatto storico, culturale, sociale e politico che hanno avuto.
Se dico inverno, cosa viene in mente?
Io dico buio, perché è l’unica costante da sempre, ma anni fa l’inverno era caratterizzato dal freddo e soprattutto da lei, la neve. Gli sport invernali non sarebbero nati senza neve e, oggi che scarseggia in un mondo sempre più surriscaldato, pur di non rinunciare al divertimento e allo spettacolo che questi sport regalano, si sono costruiti impianti in grado di ricrearla, si sono costruite e si costruiranno strutture indoor per garantire a tutti di poter continuare a praticare queste attività.
Qui nasce la prima riflessione: quanto siamo abituati a subire le conseguenze delle nostre scelte?
Poco, forse per nulla. Se all’inizio dell’esposizione, infatti, grazie a video dell’archivio storico Luce, si possono notare montagne stracolme di neve, alla fine del viaggio espositivo, appaiono foto di impianti sciistici indoor, realmente esistenti e che esisteranno, una seduta di una seggiovia posta davanti a uno schermo, ospita un joystick che consente di simulare, con un videogioco, una discesa con sci lungo le piste innevate. Io che non so sciare né nella vita vera, né a quanto pare in quella simulata, continuo a schiantare il povero malcapitato contro alberi e massi e, questo, riesce a rialzarsi senza nemmeno accusare il colpo.

Sciare forse diventerà infattibile e fattibile per tutti allo stesso tempo? Sarà qui il futuro? Ci accorgeremo che la natura sarà solo un lontano ricordo, di questo passo?
Questa, insieme a una delle riflessioni potenti che la mostra mi porterà a fare e di cui parlerò tra qualche riga, è una considerazione che, a mente fredda arrivo a fare e un senso di inadeguatezza mi pervade. Forse non era questo l’obiettivo, ma come già detto, il bello dell’arte sta nella sua soggettività.
Accanto al simulatore, alla carrellata di immagini di centri sciistici indoor, si apre l’installazione fruibile più imponente della mostra, un telo che scopro essere un geotessile, un tessuto polimerico che viene adagiato sui ghiacciai per rallentarne lo scioglimento.

Disposto sotto questo telo, dei sacchi dove potersi sdraiare e delle cuffie sono messe a disposizione dei visitatori, qui si possono ascoltare una serie di suoni registrati su vinile da Ludwig Berger all’interno di un ghiacciaio. L’esperienza è avvolgente e a tratti inquietante, alcuni suoni sembrano urla del ghiaccio stesso che cerca di resistere a ciò che lentamente lo sta consumando.
Il fatto di far immedesimare l’uomo in Natura, almeno così l’ho letta io, l’ho trovato davvero rivelatorio e forte, un’esperienza quasi paranormale.

Il percorso è ricco di altre opere, che mischiano fotografie di satira come quelle di Barry Jones, che si autoritrae con la maglia dell’iconica squadra di hockey dei Canadiens in celebri luoghi del mondo per scimmiottare le fotografie dei turisti, ad altre contenute in armadietti, tra le quali, alcune mi colpiscono di più e sono quelle del fotografo Todd Antony, che ritrae le Cholitas Escaladoras boliviane, un gruppo di donne indigene che guidano spedizioni sulle Ande indossando le tradizionali polleras, delle gonne ampie e dai colori vivaci, per rivendicare i diritti delle donne e delle popolazioni autoctone.


Todd Antony | Le Cholitas Escaladoras
Il vero stupore, dentro di me, trova l’apice nell’opera di Masbedo (Nicolò Massazza e Iacopo Bedogni) che vede come protagonista l’atleta paralimpico Andrea Lanfri, che ha perso parte delle gambe e delle dita delle mani a seguito di una meningite. In questa videoinstallazione a due schermi l’intreccio smuove emozioni profonde, trasformando il ritorno dell’atleta sulle sue Alpi Apuane in un viaggio simbolico tra fragilità, forza e trasformazione.

Ph. courtesy Masbedo, The Wanderer
Ad accompagnarlo in questo viaggio, c’è Lumia, spirito del luogo, protettrice dei viandanti che viene rappresentata da tre ragazzi che incarnano gli elementi naturali della montagna. Il video è di un’intimità ed intensità uniche che lasciano senza fiato e aumentano il battito, proprio come dopo una corsa in montagna.
Il gesto atletico, va qui oltre la performance, e incarna una riconquista: la riconquista del proprio spazio nella Natura, del proprio corpo che si muove per suo volere in una fatica scelta. Lo spirito della Natura lo accompagna dolce e sensibile e in un certo senso lo protegge tenendogli la mano.
Quello che lascia questa mostra è consapevolezza, a tratti amarezza, ma una solida costante, che lo sport al di là di tutto, rimane un collante potentissimo e un viaggio interiore capace di aprire gli occhi e riportarci a una dimensione più umana e naturale.
Mostra a cura di 2050+ (Ippolito Pestellini Laparelli, Erica Petrillo) con gres art 671 (Francesca Acquati).


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