
Da quando la bicicletta è entrata a far parte della mia vita in modo gentile e preponderante, ho scoperto che, come in tante cose, ha svariate anime e abbraccia molteplici mondi.
La bicicletta è necessità, movimento, sport, turismo, cicloturismo, sostenibilità, storia, eventi, ma quello che accomuna tanti di questi aspetti sono l’unione e la passione.
Così, domenica 7 settembre mi sono ritrovata in un contesto del tutto inaspettato, e il come ci sono arrivata, è una storia che ha a che fare con i casi della vita, quelli che quando ti si presentano davanti non puoi far altro che sorridere e accoglierli.

Domenica 7 settembre al Mumac si è tenuta la premiazione de “La Viscontea Ciclostorica”, una manifestazione che rievoca una tappa del giro d’Italia d’epoca e che si inserisce in un circuito di eventi dedicati al ciclismo d’epoca.
Disclaimer (!), di ciclostoriche e di storia del ciclismo so veramente poco, ma forse proprio per questo, l’essermi ritrovata in mezzo a bici d’epoca e ai loro fieri condottieri, mi ha aperto gli occhi su un mondo a dir poco affascinante.
L’aspetto che mi ha davvero intenerita e a tratti commossa, è stato vedere persone non più così giovani in completini anche loro non più così giovani, insieme, uniti, in una sala dove la passione si respira in ogni angolo. La cosa ancora più emozionante è stato vedere che insieme a queste persone, ce n’erano anche con molti meno anni, alcuni bambini, come se la storia potesse così continuare ad essere raccontata e tramandata. La commozione negli occhi, le pacche sulle spalle, la soddisfazione, e l’allegria generale diventano contagiose.

Ancora una volta il ciclismo si palesa con una cura estrema per i dettagli, mai da sottovalutare, dai completini in lana nei colori pastello o accesi e le linee eleganti, agli accessori in materiali pregiati. All’epoca il bikepacking non era così evoluto e quindi ecco che si fa di necessità virtù, e le camere d’aria diventano orpelli delle maglie, quasi come fossero bretelle. Faccio un viaggio nel tempo e la mia testa si dimentica di essere nel 2025.
Ma cosa c’entra il caffè?
Ci sono aziende visionarie e in grado di andare oltre il prodotto. Ci sono aziende capaci di creare valore, e cosa meglio della passione delle persone può generare valore?
Faema, parte del Gruppo Cimbali, progetta e produce macchine professionali per caffè e non solo. Nella sua storia ha sposato la passione per il ciclismo. La visione e la lungimiranza hanno portato l’azienda a sponsorizzare una squadra e tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, il marchio Faema è presente sulle maglie di campioni come Merckx.

Il gruppo Cimbali ha dedicato un intero museo, il Mumac appunto, alla storia delle macchine da caffè e mai avrei pensato ad un racconto tanto interessante. Ad accompagnarci in questo viaggio, Enrico Maltoni, uno dei più grandi collezionisti di macchine da caffè che con il suo racconto appassionato ci ha fatto ripercorrere e vivere la storia.
Non sono solo macchine da caffè, ma un simbolo dell’italianità e capacità di lettura dei vari contesti. Non sono solo semplici oggetti funzionali, ma oggetti di culto e potenti mezzi di comunicazione. Anche attraverso le macchine sono cambiate le modalità di interazione umana, dapprima distribuite su una colonna verticale con un macchinista ad azionarle, poi distribuite orizzontalmente per consentire al banconista di guardare in faccia il cliente.

Fino agli anni ‘80 sono state impreziosite nella parte posteriore con design distintivi dell’epoca storica a cui appartenevano, poiché la loro collocazione era il banco dei caffè e lo si beveva, con calma, seduti al tavolino, da soli o in compagnia.
Poi chissà perché abbiamo iniziato ad avere fretta, “un espresso per favore” ordinato in piedi al banco ed ecco che così le macchine da caffè vengono girate nascondendo il retro mostrando la parte anteriore, dove il barista prepara il caffè voltato di spalle e lo serve velocemente al banco.

Preparo un caffé? Bevete un caffé? Caffettino? Pausa caffé?
Il caffè è il porto sicuro di tutti i lunedì iniziati con il piede sbagliato, è il momento di calore delle mattine passate soli o con chi si vuole, è il modo perfetto per staccare, una scusa per temporeggiare, un punto di incontro, una coccola dopo i pasti, quella cosa che manca, è il momento della fine, ma è anche un nuovo inizio e per un ciclista è appoggiare la bici al muro, tacchettare fino al banco e rifiatare.
A queste e alle mille altre scoperte che ancora la bici mi regalerà.


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