
Sono appena tornata dal mio primo viaggio in Giappone – dico primo perché spero ce ne possano essere presto altri in questo posto magico – e sto pian piano realizzando tutto ciò che ho vissuto. In genere sono un diesel su queste cose e a metabolizzare ci metto un attimo.
Quando sono in viaggio cerco di godermi il momento presente (cosa che spesso non riesco a fare nella vita) e ho poco tempo per pensare a ciò che mi sta accadendo.
Di questa esperienza ho accolto tutto, anche gli episodi di “sconforto”, che sono stati davvero pochissimi, contestualizzandoli al fatto che stessi vivendo un momento unico e agli sforzi fatti per poter essere li.
Fa tutto parte del viaggio, anche non essere al pieno dei propri poteri, in un posto dove non ci si capisce così facilmente e dove ci sono tantissime regole. A me le regole piacciono, ed è stato affascinante avere la conferma di come tutto funzioni alla perfezione, ne sono rimasta ammaliata e mi sono fatta diverse domande.

Potrei aprire una parentesi lunghissima su questa cultura e sulle mie riflessioni, ma questo è un blog che parla di movimento, lentezza, bici, corsette, emozioni, e quindi mi concentrerò su di loro.
In questo articolo vorrei raccontare delle mie pedalate in Giappone e di qualche altra chicca legata al movimento e al benessere che ho potuto respirare.
Da quando mi sono infortunata, cerco di evitare camminate troppo lunghe quando visito una città, in modo da preservare il mio tendine, e così, da una necessità ho scoperto un modo autentico ed emozionante per esplorare: la bicicletta.
Prima di partire ho più volte pensato se in Giappone sarebbe stata una buona idea utilizzare la bicicletta perché, anche cercando qua e là sul web, non ho trovato grandi esperienze e inoltre nel mio immaginario, città come Kyoto e Tokyo, erano davvero piene di persone e mezzi con cui convivere.
Ho deciso comunque che ci avrei provato. Così, già da casa, ho prenotato il noleggio della bici a Kyoto, seconda tappa dopo la prima notte ad Osaka. Ho trovato il sito di Kyoto Cycling Tour Project dove ho potuto prenotare la mia city bike senza dover pagare in anticipo, inoltre il sito è anche in inglese, cosa non scontata.

Ritirata la mia biciclettina lilla, ero un misto di felicità e agitazione, come una bambina. La preoccupazione maggiore era il traffico e il senso di marcia opposto al nostro.
Ci ho messo poco a sentirmi più sicura, mi è bastato guardare gli altri e capire che girare in bicicletta fosse la più totale normalità. Penso infatti che possedere un’automobile e soprattutto doverla parcheggiare, in Giappone, non sia così facile, ecco perché la maggior parte delle persone si sposta in bici e con i mezzi.
Al senso di marcia ci si abitua, anche se io per due settimane ho pensato che ci fossero auto parcheggiate o senza autista, prima di ricordarmi di guardare il sedile di destra e non quello di sinistra.

Kyoto è tutta un su e giù, perciò pedalare con una bici non proprio performante è stato sfidante, ma la felicità era talmente tanta che le salite non sono state un problema. La parte più difficile, invece, in alcuni siti, è stata trovare parcheggio. Si, la beffa, scappi da un posto dove trovare parcheggio in auto è spesso un incubo e ti ritrovi a dover cercare parcheggio per la bicicletta, ma è tutto talmente ben organizzato, che nemmeno quello si è rivelato un problema.
Dove ho noleggiato le bici, mi hanno fornito anche una mappa dei parcheggi, che si è rivelata molto utile. I parcheggi sono quasi tutti a pagamento per una cifra irrisoria di 1€ per 24h, dipende dalle zone.

A Tokyo, invece, ho noleggiato la bici da Cycle Trip dove il costo è stato decisamente più importante, ma non riuscendo a noleggiare con il servizio di bici diciamo pubblico, non ho avuto alternative. Tutto sommato mi è andata di lusso perché ho noleggiato una bici elettrica che si è rivelata assolutamente vitale per visitare Tokyo.
Anche questa città infatti non è propriamente pianeggiante e ai semafori serve quello sprint in più per seminare pedoni e altre biciclette; inoltre se ti capita di dover ripartire in salita ad un semaforo – cosa assai comune – la pedalata assistita aiuta parecchio.
I gestori, poi, sono meticolossisimi in puro stile giapponese e fanno tutte le prove del caso prima di assegnarti una delle loro bici, operazione che richiede almeno 10 minuti, tra controllo freni, luci, campanello, gomme, posizionamento sella, allineamento manubrio, e fissa il supporto per il cellulare, e prendi il caricatore per la batteria, e mostrami come si chiude il lucchetto, ma anche come si toglie la batteria per la ricarica, insomma, ci tengono.

Superate le info più o meno utili, passo alla parte di cuore, si, perché visitare queste due metropoli in bici è stata un’emozione unica.
In primo luogo il fatto di fare una cosa che chi vive il posto compie per i suoi normali spostamenti, ti porta a sentirti più legato a quel luogo, a renderlo più intimo, è come se ti fondessi con la sua anima profonda.
Io mi sono sentita a casa a ogni pedalata, seppur fossi dall’altra parte del mondo, mi sono sentita sicura. Ho osservato i movimenti delle altre persone in bicicletta, perfettamente a loro agio e tranquille, tranquille di una tranquillità contagiosa, un mood più rilassato, un flow frenetico, ma perfettamente ordinato, una sensazione mai provata prima.

Nessun momento di ansia, nessun clacson, nessuna imprecazione, nessun pericolo percepito, a parte quando Google mi ha portato su una specie di tangenziale e ho percorso quei bei 500 metri di panico prima di rientrare sulla ciclabile.
I centri sono impegnativi da percorrere per l’elevato numero di pedoni e semafori che ti impongono continui stop, ma appena fuori, pedalare è abbastanza piacevole. Non ovunque ci sono ciclabili, ma sulla prima corsia c’è sempre un traccia disegnata e in genere su questa corsia ci si fermano i taxi, le auto con le quattro frecce (questo non me lo sarei mai aspettata), i furgoncini per il carico/scarico, perché appunto, non ci sono parcheggi. Quindi, a parte questo slalom tra taxi e varie ed eventuali, la prima corsia è quasi sempre libera dal traffico. Le auto hanno estremo rispetto per i ciclisti e tutti convivono insieme in modo ordinato perché le strade sono di tutti.
In bici ho visto gente di tutti i tipi e di tutte le età, e bici di ogni modello e prezzo, parcheggiate tranquillamente negli appositi spazi. Ho pensato che mi piacerebbe potermi spostare utilizzando solo la bici, ho pensato che avrei voluto provare quel senso di sicurezza e allo stesso tempo libertà nel potermi muovere con il mio mezzo gentile anche nella mia vita di tutti i giorni. Mi sono ripromessa che ci proverò, perché il senso di libertà e appartenenza a un luogo che ti da il girare in bici, raramente l’ho provato.

Girare in bici Kyoto e Tokyo è stato intenso, a tratti stressante, un po’ stancante, ma la sera quando mi separavo dal mio mezzo, mi sembrava mancasse qualcosa. Alla fine ho capito di essermi divertita un mondo e di aver visto il triplo delle zone che avrei potuto vedere girando a piedi o con i mezzi. È stato bello anche vedere la luce cambiare e farsi crepuscolo e poi buio, l’aria raffrescarsi, le persone tornare a casa o spostarsi velocemente verso chissà dove. È stato bello guardare le luci artificiali accendersi su palazzi e grattacieli, così come sui ponti e torri varie. Ho respirato a pieno queste città accompagnata dal venticello che tanto mi piace e che mi fa sentire viva.
L’emozione più grande l’ho avuta quando in bici ho deciso di percorrere il lago Kawaguchi, ai piedi del Monte Fuji. Non riesco ancora a trovare le parole per descrivere le sensazioni che ho provato, un sogno che si realizza, uno di quelli enormi che nella vita credi irrealizzabili e poi invece ti ritrovi lì e capisci che sognare è meraviglioso e da senso a tutto.

18 Km su e giù con una bici scassatissima che a ogni buca temevo mi abbandonasse, ma il cuore all’impazzata e le lacrime che scendevano dagli occhi senza che nemmeno me ne accorgessi. Ero davanti a una delle montagne più affascinanti e iconiche del mondo, quella dei miei cartoni animati che mi sembravano così surreali e invece, altro non facevano che rappresentare la realtà. Che magia.
Riassumendo, cosa ho capito pedalando in Giappone?
- la prima corsia è una jungla, ma non bisogna avere timore
- tieni la sinistra, e se non è possibile scegli da che parte stare, ma fallo alla svelta
- vale tutto, strada, marciapiede, sul marciapiede c’è anche il bonus contromano
- due occhi non bastano
- meglio la bici elettrica per girare in città
- gli automobilisti ti rispettano e ti danno la precedenza
- i semafori sono un’agonia di attesa, ma vanno assolutamente rispettati per garantire il corretto incastro del tutto e la convivenza pacifica
- suonare il campanello non è ben visto, si aspetta o si fanno slalom da circo
In Giappone non sono mancate nemmeno le corsette, anche se poche perché le gambe già erano parecchio affaticate dalle camminate, che comunque ci sono state eccome.

Ho corso a Kyoto lungo il fiume Kamo dove non vedevo l’ora di incontrare altri runner mattinieri come me, la cosa che mi piace di più, vedere i luoghi che si svegliano con le persone che li vivono praticando attività fisica.
Ho corso a Tokyo al parco Ueno dove ci ho portato i pantaloncini di mio padre e ho potuto ammirare la magia del Tai Chi praticato da persone non proprio più di primo pelo. Mi hanno fatto una tenerezza estrema e ho pensato che tutto ciò fosse magnificamente poetico nella sua lentezza. In particolare mi ha colpito una vecchina in disparte dal gruppo che osservava e eseguiva la lezione a distanza, come se si vergognasse di stare in mezzo agli altri, ma volesse comunque poter partecipare.
Ripercorrere tutto per scrivere questo articolo è stato un secondo viaggio, un viaggio di consapevolezza per la fortuna che ho avuto a poter vivere tutto questo, al privilegio di averlo reso possibile e organizzato, e alla conferma, mai scontata, che siamo vivi e che i sogni possono diventare realtà; del resto si vive per questo, no?


Lascia un commento