
In questi giorni mi sono trovata a pensare e ad osservarmi.
L’ennesimo infortunio mi ha costretta a fermarmi, e così, ho dovuto racimolare la forza e l’entusiasmo per scacciare il malumore, o almeno così credevo di sentirmi.
Come si dice (?), “piove sempre sul bagnato” e, in realtà, non ho ancora capito se le sfortune arrivino nei momenti, già di per loro no, poiché la nostra mente è in uno stato di negatività e il corpo la segue a ruota, o se semplicemente il comitato della sfortuna sia un ente statale che decide di focalizzarsi su un soggetto alla volta per non faticare troppo disperdendo energie.
Ad ogni modo, come dicevo, mi sono ritrovata con il mio amato tendine in sciopero e ancora una volta a dover ripartire da zero.

È stato interessante notare in me un piacevole (o preoccupante?) cambiamento.
Forse sto invecchiando e rimettendo in fila le priorità, ma, se una volta mi sarei disperata e avrei pianto tutte le mie lacrime, questo tendine infiammato stavolta mi ha fatto alzare le spalle e, con estrema rassegnazione, dire “va beh, pace”.
Una reazione che però mi ha lasciata interdetta; perché mai non mi dispero? Perché mai non inizio a smacchinare su cosa e quando ho sbagliato? Cosa mi succede?
In questo periodo la mia testa viaggia ai 2000 all’ora, ho mille idee, mille progetti che mi stanno portando ad uscire da una zona di comfort nociva. Durante la mia ultima corsa, che detta così non suona benissimo, mi sono ritrovata a pensare a quanto a volte sia vitale uscire da questa dannata zona che tanto mi piace, quando sia fondamentale sperimentare, rischiare, buttarsi.
La corsa per me fa parte di questo comfort, mi fa stare bene e mi tiene al sicuro. Da sola, con i miei orari e tempi, senza che nessuno mi debba motivare o accompagnare. La amo anche per questo e anche per questo è la mia migliore amica.
Ho però provato a prendere questo messaggio del mio corpo come un segnale che forse era giusto fermarsi, meditare, riequilibrarsi. Non so se sono solo i pensieri di una sfortunata infortunata che cerca di raccontarsela per convincersi che vada tutto bene, ma la mia mente si è spostata su altro.

Ho pensato che se non posso correre, non è nulla di grave, posso comunque muovermi, andare in bicicletta, nuotare, fare esercizi, tenermi in movimento in altri modi, sfidarmi, in altri modi. Posso imparare a fare altro, posso pensare ad altro, posso togliere il pilota automatico che a volte guida le mie giornate, i miei movimenti, incastrandomi in schemi rigidi da rispettare. Sicuramente non saranno attività che mi piacciono al pari della corsa, ma invece di demotivarmi ho iniziato a pensare positivo con una serena rassegnazione.
In questi giorni il pensiero di mollare la corsa mi ha attraversato, mi ha fatto dire basta, poiché ogni volta curarsi, “tirarsi insieme”, trovare la forza e la motivazione a rialzarsi e voler star bene per ripartire ancora, non è facile. Poi però ho capito.
Ho capito, ora più che mai, che ferma non ci so stare, che il movimento per me è vita perché aiuta la mia mente a liberarsi a ricentrarsi, è la mia terapia. Ho capito ancora di più che non si finisce mai di conoscersi e che ogni giorno è un viaggio intenso e unico, che la fatica è necessaria per vivere, tanto quanto il porsi degli obiettivi.
Lo sport, e talvolta la sua mancanza, regalano insegnamenti di vita preziosi da cogliere nei piccoli segnali o nei tendini infiammati.


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